Nell'anteprima lo vedo, lui, bello tranquillo. Anche il post di oggi pomeriggio. Probabilmente sono in una breccia spazio-temporale o in una realtà parallela. O, più probabilmente, non sono capace di tenere un blog.
Insomma, io sono venuta qui perché arrivando in macchina dal paesello alla cittadina, stasera, sentivo le vertigini alla pancia. Mi capita quando avverto chiara l'emozione della solitudine, da ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole, capito? Non si tratta di tristezza, è più che altro una sensazione di malinconica vertigine che provo davanti a qualcosa di grande o a qualcosa che mi riporta immagini del passato. La prima vertigine l'ho provata quando ancora stavo camminando, sentendo il profumo dell'uva fragola matura sulla pergola che si affaccia sul marciapiede che ho percorso tutti i giorni in tutti gli anni della scuola.
Poi, mentre andavo a casa, guardando i contrafforti di dolomia della mia montagna. Il sole si stava accasciando nella piega della valle e la mia montagna si è imbarazzata di fronte all'immagine, molte creste più in la, delle falesie più nobili. Il rossore sembrava di civetteria, con quelle nuvole barocche e gli ultimi fasci di luce. Quell'immagine c'è in almeno trenta fotografie di fine rullino, foto che adesso sono marrone-arancio come gli anni '70. Sì, beh, ovvio: gli anni '70 erano di quel colore lì. Mia mamma e mio papà erano di quel colore, i miei pantaloni e la mia pelle erano di quel colore, i boschi di larice, le feste di compleanno, i prati, i cieli. Uno lo capisce perfettamente, guardando le foto di quegli anni. Ma sto divagando un po'.
Si vede, eh, che non scrivo da un sacco di anni? Una volta me la cavavo, adesso mi sono rinsecchita e scrivo solo gran frasoni teNNici. Non va mica bene.
Tra l'altro adesso mi hanno appena telefonato, c'è in ballo una seratina internescional al bar. Ma sì, dai, la vertigine si stempera nella birrella.
Gudnais. Nosonly.